Inglese “glottodidattico”

Questo mio intervento vuol essere risposta ironica e insieme tentativo di proficuo approfondimento alla splendida provocazione che, non più di due mesi fa, Giorgio ha lanciato su queste pagine [http://www.edulingualab.org/cultura/linglese-porta-fortuna/] a proposito dell’eccessivo utilizzo di anglicismi nella nostra lingua.

Se, infatti, noi docenti di italiano siamo i primi a stracciarci le vesti a quella che a volte sembra essere una vera e propria ‘colonizzazione’, basta dedicarsi a qualche approfondimento glottodidattico (pratica cui ogni buon insegnante dovrebbe riservare almeno settimanalmente qualche ora della propria attività) per trovare aspetti sorprendenti.

Da un lato, infatti, è inevitabile leggere i nomi ‘originali’ dei principali metodi che hanno rivoluzionato il panorama dell’educazione linguistica da metà novecento in poi: Natural approach, Total Physical Response, Silent way, Lexical approach, anche se poi traduciamo il “metodo comunicativo” e soprattutto – per evidenti problemi con la grafia originale – il “metodo suggestopedico” di Lozanov.

Però, dall’altro, nel preparare la nostra lezione (fortunatamente è rarissimo sentire unit o lesson) curiamo con particolare attenzione la comprensibilità dell’input, di cui ci accertiamo raccogliendo feedback ai vari esercizi, siano essi dei pattern drill, composti di vari items, o attività più motivanti come dei cloze o diverse forme di drammatizzazione quali Role play, Role taking, Role making, e via dicendo.

Eh già, perché siamo molto attenti a che i nostri studenti, nell’avvicinare la loro interlingua alla lingua target, usino correttamente la funzione di monitoring indicata da Krashen, mettendo a frutto ogni skill nell’eseguire i task assegnati.

Che poi lo span di memoria e la lunghezza dei chunk lessicali siano adeguati ad attivare il chunking, è fondamentale, perché oggi in molti riconoscono che il core della lezione sta proprio in un adeguato focus sul lessico.

Ogni ascolto che si rispetti è preceduto da un brainstorming e il percorso si chiude sempre con un’attività di testing che possa evidenziare le migliori performance all’interno del project work.

Se poi affrontiamo aspetti culturali, attenzione al background dello studente e lavoriamo sulla cultural awareness perché non rifuggiamo il melting pot prediligendo modelli più educativi.

Per fortuna anche qui resiste un po’ di sano latino quando proponiamo correzioni in plenum e prepariamo il nostro syllabus.

Potrei continuare il simpatico elenco (assemblato da me, ma dopo un’attenta lettura di un unico libro!) citando l’importanza della conoscenza degli script o copioni situazionali, il setting, il ranking, e via dicendo, ma credo che il concetto sia chiaro… noi docenti di italiano LS o L2 dobbiamo avere una conoscenza, non dico ottima, ma quantomeno adeguata della lingua inglese pena il non poter far bene il nostro lavoro.

Una riflessione conclusiva, però – lasciando da parte l’aspetto scherzoso – è d’obbligo. Se, infatti, all’interno di una “comunità scientifica” o comunque che condivide una passione (come il poker, ad esempio) è gioco forza l’uso di una microlingua che possa far ricorso nei suoi aspetti lessicali a numerosi prestiti e calchi per inseguire una necessaria sinteticità e monoreferenzialità dell’enunciato, lasciar passare come normale l’utilizzo di week end per fine settimana e di wine bar per enoteca è forse troppo…

Che volete che vi dica? Alla pubblicità di Mc Donald’s che anche in Italia si conclude con un banale I’m lovin’ It preferisco molto di più il nostrano Gigi Proietti che – sia caffè o qualsiasi altro prodotto – ci invita caldamente ad un gustoso… a me me piasce!

Luca Di Dio – luca@4links.it

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